Difficoltà e aspetti piacevoli
Credo che siano soprattutto esperienze come questa a rimanere impresse dentro e, nel caso di alcuni di noi, sono rafforzate dal fatto di rimetterci a contatto con precedenti esperienze scout che si pensavano magari ormai collocate in un lontano passato...
Naturalmente tutte queste cose si sono rivelate apprezzabili anche perché avevamo insieme a noi i due "angeli custodi" del CAI di Nuoro che ci hanno accompagnato e guidato, rendendo più agevole il percorso, preservandoci dai rischi, in primo luogo quello di perderci nel groviglio di sentieri e SELVAGGIO BLU !
Le difficoltà possono essere suddivise in: |
Gli aspetti piacevoli in: |
| 1. L’individuazione dei sentieri 2. Le capacità tecniche richieste |
|
Si dice che sia il trekking più impegnativo d’Italia e qualcuno può pensare, guardando la conformazione del golfo di Orosei, i dislivelli previsti ed anche i tempi di percorrenza delle singole tappe, che si tratti di un’esagerazione. In realtà, senza perdersi in considerazioni relative ad eventuali classifiche (è davvero il più impegnativo oppure è il secondo più impegnativo, ecc. ecc. …), si tratta indubbiamente di un percorso che impegna severamente i partecipanti per più ragioni, tra le quali (e non in ordine di importanza) metterei:
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1. L’individuazione dei sentieri
Per quanto il percorso possa seguire il golfo di Orosei (per cui “costeggiando”
si può comunque arrivare a destinazione...) si tratta comunque
di percorrere sentieri che si addentrano spesso all’interno, piuttosto
tortuosi, non sempre chiaramente evidenti e con diramazioni che portano
facilmente a confondersi e perdersi. In un caso, addirittura, una parte
di sentiero era franata (all’uscita da Cala Biriola) e del sentiero
rimaneva solo un’esile e pericolosa traccia (si rischiava di “scivolare”
lungo una ripida scarpata di terriccio direttamente in mare...) per cui
era fondamentale conoscere anzitempo questa situazione e le alternative
da percorrere. Questo nel nostro caso è stato possibile perché
accompagnati da due amici del CAI di Nuoro.
Inoltre la stessa visibilità lungo il sentiero è scarsa
(la macchia impedisce di vederne lo sviluppo) e questo complica ulteriormente
la possibilità di orientarsi. Da questo punto di vista si ribadisce
l’utilità fondamentale del supporto di qualcuno che conosca
bene il sentiero. Oppure di far sì che l’intero percorso
sia chiaramente tracciato (nel nostro caso lo abbiamo trovato ben segnato
in buona parte ma con tratti non ancora segnalati o non adeguatamente).
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2. Le capacità tecniche richieste
Il percorso, tra l’altro, richiede diversi passaggi in corda doppia
(a questo riguardo è da rilevare che è tutt’altro
che facile individuare gli attacchi della discesa e gli ancoraggi relativi...),
alcune brevi progressioni su roccia e tronchi secchi (usati dai pastori
come “scale”...) piuttosto impegnative, passaggi in tratti
esposti, normalmente sprovvisti di corde e catene (ad eccezione di un
paio, abbastanza attrezzati)…
Tutto questo richiede ai partecipanti, nonostante non si tratti di un
contesto di “alta quota”, una buona competenza di tecnica
alpinistica aggravata dall’affrontare quei tratti con lo zaino carico.
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3. Lo spirito di “adattamento”
Rappresenta uno dei requisiti fondamentali. Si tratta infatti di un trekking che, per le sue caratteristiche specifiche, è piuttosto “spartano”: portarsi lo zaino col necessario, compresa l’acqua ed i viveri (con i rifornimenti che, tappa dopo tappa, vanno recuperati nelle cale dove sono stati lasciati prima di partire), comporta necessariamente una scelta di dosaggio dei pesi che, nel nostro caso (complice il solitamente bel tempo della Sardegna), ci ha “consigliato” di rinunciare alle tende limitandoci a teli protettivi d’emergenza in caso di pioggia. E, nel nostro caso, già la prima sera, proprio al momento di addormentarci, comodamente (si fa per dire...) imbozzolati nei sacchi a pelo, siamo stati “battezzati” da una fastidiosa e discontinua pioggerella, fortunatamente durata poco più di mezz’ora, così come non siamo riusciti ad impedirci di ricevere uno scroscio a metà giornata dell’ultima tappa. Fortunatamente questo non ha portato grandi disagi ma va considerato che una bella lavata (in particolare agli scarponi) in queste circostanze può risultare piuttosto problematica. Anche perché, data la caratteristica dei sentieri e dei rovi presenti ai margini, è pressoché impossibile utilizzare la classica mantella impermeabile e si rischia anche di rovinare le stesse giacche a vento...
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4. Il caldo
Per nostra fortuna (a parte il fresco la notte a dormire...) abbiamo trovato una situazione caratterizzata da temperature piuttosto inferiori alla media stagionale. Ma non dev’essere per niente facile affrontare questo percorso sotto il sole che picchia e con temperature elevate (anche perché la vegetazione, specie in quota, attenua notevolmente il possibile “effetto brezza”), con i problemi di sudorazione e di consumo idrico conseguente. Nel nostro caso siamo riusciti abbondantemente a stare al di sotto dei 3 litri giornalieri ma gli amici sardi che ci accompagnavano riferivano che in condizioni diverse il consumo cresce in modo esponenziale fino ad avvicinarsi ai 6 litri.. Se a questo si aggiunge che mancano approvvigionamenti naturali di acqua lungo il percorso e che pertanto l’acqua va preventivamente disseminata nelle diverse cale ci si può facilmente rendere conto di quanto l’impegno aumenti considerevolmente.
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5. I sentieri “graffianti”
Con questo termine intendiamo la presenza non solo di rovi ma anche,
spesso, di rametti spezzati o secchi che, nascosti sotto il fogliame,
lasciano il loro segno sul malcapitato che vi striscia... se questo genere
di trattamento, tipico della ”macchia mediterranea”, si ripete
più volte al giorno, a dispetto della capacità di aguzzare
lo sguardo per cercare di intravedere queste possibili subdole “carezze”,
ci si può ritrovare la sera con una discreta collezione di graffi
che l’acqua salata del bagno esalta. Lo stesso abbigliamento ne
risente; non a caso si raccomanda di indossare capi usati e non particolarmente
“preziosi”.
Sempre a proposito di sentieri: sono piuttosto usuranti anche per le stesse
calzature perché si tratta in molti casi di rocce anche piuttosto
affilate. Per cui si sconsiglia vivamente (è stata l’esperienza
poco gradevole di molti di noi) di affidarsi a scarpette leggere e basse
per privilegiare pedule sufficientemente robuste adatte a terrene rocciosi.
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6. L'adattamento al cibo
Praticamente si tratta di vivere una settimana alimentandosi con scatolette, minestre liofilizzate e quante altre prelibatezze sia possibile depositare prima di partire nelle calette. Non è certamente il massimo dal punto di vista gastronomico (e inoltre non è raro scoprire che i sacchetti disseminati siano stati preventivamente beccati da “assaggiatori” della fauna locale...) ma via via si è confortati dall’idea che ci si potrà rifare con una cena nella sosta di Cala Sisine (dove c’è un agriturismo) o di Cala Luna (un ristorante sulla spiaggia) e, poi, al termine del percorso.
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7. La coesione del gruppo
Se si considera l’insieme combinato delle difficoltà precedentemente espresse, risulta fondamentale l’importanza non soltanto delle capacità richieste ai singoli partecipanti ma, soprattutto, del livello di coesione e tenuta del gruppo. Infatti i fattori –singoli e combinati- di possibile stress non sono pochi e possono mettere a dura prova la capacità di tenuta. Da questo punto di vista è bene sapere che si tratta di un’esperienza in grado di esaltare e valorizzare lo spirito di gruppo così come può trasformarsi, in presenza di condizioni di criticità relazionali già prima della partenza, in una quota di problematicità aggiuntiva che rende più pesante il tutto.
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Al di là delle difficoltà (che comunque rappresentano un ingrediente avventuroso dell’esperienza...), si tratta di un trekking che offre davvero delle sensazioni particolari, a partire dal paesaggio in cui avviene ed al tipo di esperienza relazionale che permette di vivere. Ma vediamo di ordinare un po’ queste cose:
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1. Un territorio particolare
Camminare avendo a fianco il blu del mare (o, meglio, i diversi blu del
mare) è un’esperienza di per sé affascinante, così
come la splendida “vista mare dall’alto”, con panorami
mozzafiato, giochi di onde e rocce, visita a calette di solito raggiungibili
solo con imbarcazioni.
Ma non c’è solo la bellezza della natura. Perché si
cammina su antichi sentieri tracciati dai carbonai o dai pastori, percorsi
intensamente praticati sino a pochi decenni fa, che ora rischiano di scomparire
insieme alla memoria stessa di queste vicende e di questa cultura. In
questo senso il percorso del “Selvaggio Blu” non è
un’invenzione (come qualcuno purtroppo crede) ma una riscoperta,
il doveroso recupero ed omaggio ad un pezzo di storia di questa parte
di Sardegna che non va dimenticato. Si potrebbe definire, da questo punto
di vista, l’equivalente dell’impegno a riqualificare le “terre
alte” dell’arco alpino. Un percorso che, pertanto, è
costellato di piccole gemme rappresentate dalle testimonianze (ovili,
alloggiamenti, grotte riadattate, ecc.) di una presenza umana tanto viva
quanto essenziale e che permette a chi fa questo sentiero di sintonizzarsi
con questo particolare mondo e le fatiche connesse. Per questo ci ha fatto
molto piacere che, durante la cena dopo il trekking, il Presidente del
CAI della Sardegna, nonché tracciatore del sentiero, abbia sottolineato
fortemente tra le motivazioni ispiratrici, proprio il desiderio di recuperare
e mettere a disposizione di tutti questa parte di storia e cultura che
rischia di scomparire, sostituita da immagini turistiche “da cartolina”
che non rendono piena dignità ad una terra intensamente vissuta.
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2. Il falò e la notte
La caratteristica del percorso, unita anche al fatto di ritrovarsi solitamente
da soli (abbiamo incontrato solo due persone lungo il percorso ad eccezione
della spiaggia di Cala Luna e del tratto di sentiero compreso tra Cala
Luna e l’arrivo) fa sì che il gruppo viva una particolare
esperienza di legame piuttosto intensa. Una dimensione che raggiunge il
suo apice la sera, nella preparazione della cena e sistemazione per la
notte e che avviene attorno al fuoco. Mi verrebbe da dire che forse è
proprio il falò a rappresentare l’elemento specifico dell’esperienza,
recuperando una dimensione che non appartiene alla nostra attuale quotidianità
e che, in questo caso, si impone come fattore essenziale per evidenziare
il particolare legame di gruppo che finisce per instaurarsi in queste
circostanze.
Un altro aspetto che colpisce è la bellezza della notte, una sorta
di spettacolo a cielo aperto coi rumori del bosco oppure del mare sulla
spiaggia (molto consigliata l’esperienza a Cala Sisine, una spiaggia
particolarmente asciutta e, pertanto, molto adatta per passarvi la notte,
magari, come ci è successo, per svegliarci giusto in tempo per
assistere allo spettacolo dell’alba...).
Credo che siano soprattutto queste esperienze a rimanere impresse dentro,
nel caso di alcuni di noi, rafforzate dal fatto di ricordarci precedenti
esperienze scout che si pensavano ormai collocate in un lontano passato.